Ali: la ribellione, la spiritualità

Parte 2

“Le radici sono importanti, ma gli uomini hanno le gambe, e le gambe sono fatte per andare altrove.”

Pino Cacucci
Cassius Clay dopo la vittoria su Sonny Liston

1964. Cassius Clay, a soli 22 anni, è il campione del mondo dei pesi massimi. La sua espressione iconica e le sue grida fecero il giro del mondo. È amato dal pubblico e dai suoi tifosi. Beh, quando ti presenti in battaglia contro il cattivissimo campione del mondo armato solo di una fionda, hai già l’attenzione di tutti, ma se riesci anche a sconfiggerlo con l’astuzia non puoi non essere un idolo. Lui è l’emblema della speranza. È la rivalsa del piccolo contro il grande. Tuttavia, la sua radice è ribelle, inquieta. Ha bisogno di qualcosa di diverso. Gli manca qualcosa che non si può contare, che non è terreno. Perciò decide di partire come i suoi antenati alla ricerca di una nuova casa, di sé stesso e di una guida e risale il Mississippi. È proprio lì, nella culla del blues della ribellione e della speranza, dove Cassius trova rifugio. Chicago.

Ali a Chicago

Sono anni tumultuosi e controversi. Il mondo si appresta alla rivoluzione del ’68, probabilmente la più grande scossa culturale del XX secolo. La città di Chicago è un vulcano in piena eruzione. I movimenti giovanili anarchici prendono sempre più forza, sono vivi i ricordi della rivolta del primo maggio per i diritti degli uomini e dei lavoratori e delle parole di Parson: “Fate sentire la voce del popolo!”. Ci avviciniamo inesorabilmente ai terribili giorni di rabbia del 1969.

La ribellione

In questo clima di rivoluzione, Cassius si spoglia del suo nome natale e si rinomina Muhammad – degno di lode-, ali – altissimo- e abbraccia ufficialmente l’Islam. In particolare, decide di seguire le orme della corrente Nation of Islam guidata da Elijah Muhammad. A suo parere è la corrente più sensibile alle ingiustizie sociali che le persone di colore subivano nel territorio statunitense. Sono estremisti, sì, ma sembrano essere sinceri. Infatti, rimane ammaliato dalla forza con cui il movimento difende l’orgoglio nero e dal carisma dei suoi capi, e apparentemente solo loro riescono a capire tutta la rabbia e la frustrazione dei giovani afroamericani. Ogni sermone, ogni parola di Elijah è un pugno scagliato con ferocia contro i bianchi e contro le oppressioni razziali. Rispondere violenza con la violenza, forza con la forza. Occhio per occhio, Dente per Dente. Sarà questa la via?

Colui che non è abbastanza coraggioso da correre rischi non compirà nulla nella vita

Muhammad Ali

Nel frattempo, le sue danze sul ring sono straordinarie, è padrone del quadrilatero, la sua eleganza non ha eguali. Continua a vincere. Le sue grandi imprese sono una pubblicità incredibile per il movimento islamico, ma non agli occhi dei giornali che cominciano a dipingerlo come un esaltato per l’amicizia con Malcom x e per la sua militanza. Lui non vuole essere ricordato solo per le sue straordinarie capacità atletiche, ma anche per la sua volontà di esprimere la propria opinione e il suo coraggio di sfidare lo status quo, perciò si erge come icona della resistenza.

Ali che parla alla folla

La crisi

“Non potrai mai attraversare l’oceano se non hai il coraggio di perdere di vista la riva”

Cristoforo Colombo

1967. Boxa, predica, vive. Lo sfondo malinconico dei ritmi blues della città non spegne il suo fuoco, anzi. I discorsi di Malcom X gli danno ulteriore forza e coraggio per lottare. È un personaggio controverso ed enigmatico. Ogni giorno ascolta, impara. Conosce la vita nei lati luminosi, come in quelli più bui. Vede l’ascesa del razzismo e l’effetto del razzismo su di lui. Lotta con ingenuo coraggio. Un giorno, tuttavia, arriva lo scontro ufficiale con il potere bianco e le sue lotte. Viene chiamato alle armi, ma lui non ha dubbi: rifiuta di arruolarsi per combattere la guerra del Vietnam. Non è la sua.

“Non ho nulla contro i Vietcong, loro non mi chiamano negro”

Muhammad Ali

Viene squalificato per 5 anni dal pugilato e costretto a pagare una multa salatissima. Ma il terremoto non è ancora arrivato, infatti il suo più caro mentore, Malcom X, viene assassinato, probabilmente per aver messo in discussione l’integrità di Elijah Muhammad. “L’Islam non è odio: Dio non sta con gli assassini”. Lascia Chicago. È confuso. Si prospettano anni bui.

La spiritualità

“Ci sono giorni da radice, altri da foglia. La vita, a volte è albero, a volte vento.”

Quei giorni, Muhammad decide di diventare vento. Vola via, non danzando come una farfalla, ma come un uccello migratore alla ricerca di un ambiente, ma soprattutto di idee che lo rispecchino veramente. Ha bisogno di capire, è confuso. Era arrivato nella nuova città, per trovare se stesso ed ha ritrovato il male ed il bene. I suoi antenati, la fede, il blues, la mamma Africa. La connessione col mondo che lo circonda, la gente. Ma è proprio lì, lottando il razzismo con altro razzismo, che capisce quanto il problema sia altro. Vola lontano da tutto, soprattutto da quelli che millantavano di difendere i diritti degli altri, ma che in fondo tutelavano solo i propri, sfruttando gli oppressi. Non se lo può perdonare e abbraccia il Sufismo, una dimensione più mistica e di ampie vedute dell’Islam.

Le parole della verità sono toccanti

La voce della verità è profonda

La legge della verità è semplice

Sulla tua anima è il raccolto

L’anima della verità è Dio

Antico canto Sufi

The rumble in the jungle

Volantino Ali vs Foreman, 1974

30 ottobre 1974, Zaire. Ritorno alle radici. Da una parte George Foreman, il Campione del mondo in carica dei Pesi Massimi, un tritacarne del Texas. È animato da una forza senza precedenti, i suoi pugni sono letali. Si narra che nell’ultimo allenamento a porte aperte abbia creato un cratere nel sacco da allenamento con un gancio. Un autentico caterpillar. L’eroe perfetto degli Stati Uniti in piena guerra fredda. 

Dall’altra parte Muhammad Ali. La resistenza. L’uomo del popolo, il sufista. L’emblema della lotta contro le discriminazioni razziali, il redento dal talento istrionico. Per il suo percorso individuale, combattere in Africa vuol dire, simbolicamente, la chiusura del cerchio delle sue battaglie di vita. Il suo ritorno alle origini.

Nonostante entrambi siano afroamericani, e quello con il marcato tratto negroide sia Foreman, Ali è l’idolo delle folle, il simbolo del potere nero, della ribellione, della speranza: ogni volta che parla per sé, automaticamente parla anche per loro; ogni battaglia che conduce, la conduce affinché, altri neri, in futuro, non debbano più aver bisogno di lottare per rivendicare ciò che spetta loro di diritto. Quel luogo gli appartiene, lo sente, lo sa. Di fronte lo zio Tom -Foreman- quello che durante l’Olimpiade messicana in cui Tommy Smith e John Carlos decisero di alzare il pugno sul podio, ricevette la medaglia sventolando la bandiera americana. L’uomo dal pastore tedesco, che ricorda agli indigeni terribilmente l’odiato re Leopoldo.

Ali gira tra la gente, incontra i suoi fratelli, balla con loro. Vuole vivere la sua terra. È sempre circondato da bambini, gioca. L’altro, si esibisce nel ring mostrando la sua forza e quanta benzina abbiano i suoi bicipiti.

Ali in Congo tra i suoi fratelli

L’incontro

Il luogo è lo Stadio “20 maggio”, simbolo delle torture di Mobutu, una prigione non ufficiale del regime che voleva ripulire la propria immagine al mondo con il grande evento. L’ambiente ribolle. Un’atmosfera surreale generata da 50 mila anime che all’unisono invocano il rituale: “Bomaye, Ali, Bomaye”. Uccidilo, Ali, letteralmente, secondo l’idioma Lingala. Un’esortazione a uccidere il razzismo, che invoca radici, ribellione e speranza.

Il match durò otto riprese. Foreman colpiva duro un avversario sulla difensiva che incassava colpi e provocava verbalmente. Finché nell’ottava ripresa Alì sorprese l’esausto Foreman con una combinazione veloce di destri e sinistri e, al grido di “Alì boma ye”, con un formidabile gancio tenuto in serbo per tutto l’incontro mise al tappeto il detentore del titolo, atterrato per la prima volta in carriera. L’arbitro scandisce il conto alla rovescia e Foreman non riesce a sollevarsi da terra. Alì è di nuovo campione del mondo. Il popolo ha vinto!

“Cosa ti ha fatto pensare che danzare non era la tattica giusta? Allah, Allah questa sera era sul ring non so se lo avete visto, ma quello che avete visto oggi era soprannaturale. No, non ero io, perché non ho pugno, ricordi?!George non era mai stato battuto…io mettere a terra George!? No, deve essere stato Allah…io ora sono un prete, un prete di Allah, che predica Allah alla gente”

Intervista di Muhammad Ali dopo l’incontro