Don’t cry for me Argentina: Il tango di Manu Ginobili

“Ciao sono Manu e gioco per gli Spurs”

Manu Ginobili

Argentina, terra di danze, cibi e passioni. Argentina terra di sport, El Fùtbol su tutti. Argentina terra d’amore e testardaggine. Argentina… terra di Manu. La miglior definizione di Manu: Argentino, come pochi ce ne sono stati.

Se quando parlano di te ti accostano ai due più grandi sportivi della tua terra, i due “diez”, probabilmente qualcosa di decente devi aver fatto nella tua carriera. Quando ha iniziato il pensiero comune era “Ma dove vai, pesi venti chili bagnato…”. E non erano sproloqui da bar, ma pensieri di chi l’aveva messo al mondo.

Diego Armando Maradona, che certo non straripa di umiltà, lo ha definito il più grande sportivo argentino mai passato, autodefinendosi numero due. Ecco, probabilmente un fondo di verità c’è.

Testardo? Impulsivo?  Inserire Emanuel Ginobili in dei confini ben delineati è come cercare di mettere Spirit in un recinto e farlo andare al trotto, impossibile. Quando lo vedi giocare, ti rendi conto di quanto sia competitivo. È unico tanto come giocatore, quanto come talento, El contusion.

“Chiudere la bocca e cercare di allenarlo un po’ di meno è quello che si deve fare, e lasciare che quel giocatore talentuoso ti mostri cosa sa fare per far vincere la squadra”. Semplice.

Gregg Popovich

“Don’t cry for me Argentina”

“Don’t cry for me Argentina

The truth is I never left you

All through my wild days

My mad existence

I kept my promise

Don’t keep your distance”

Madonna

Il 2002 è l’anno di Samuel, Almeyda, Simeone e Veron. Il 2002 è l’anno di Hernan Crespo e Gabriel Omar Batistuta. È con questi nomi che l’Argentina dello sport vuole incidere il proprio nome nella storia. L’Argentina dello sport ce la farà. In uno sport che pochi si sarebbero aspettati.

La Generaciòn Dorada, che sarà per molti anni la fortuna della pallacanestro albiceleste, raggiunge la finale del campionato del mondo nel 2002, guidata da “el narizon” Ginobili e Luis Scola, contro la fortissima Jugoslavia. Se fermassimo l’orologio al momento in cui Manu esce dal campo per un infortunio alla caviglia e lo facessimo ripartire al suono della sirena nel 2004, quando lo stesso Manu segna il canestro della vittoria contro la Serbia, probabilmente capiremmo quanto beffarda sa essere la storia nel presentare il conto ed elargire possibilità a chi ha il coraggio di crederci sempre.

Manu ha un fuoco dentro che non si spegne mai, prende per mano chi è disposto a seguirlo fino alla fine. Non fai cose straordinarie senza quella benzina ad alimentarti. È proprio grazie a quel motore instancabile attivo nelle sue viscere che Manu, durante un ritiro nelle Ande ad un’altitudine di 2000 metri, si infila guanti e cappello e inizia a correre per dar via all’allenamento. Sarà d’ispirazione, per tutti.

Sarà leader di un gruppo di ragazzi, di una “Generaciòn Dorada” che conquisterà uno storico oro olimpico ad Atene, culla della civiltà occidentale, ai danni dei mostri sacri dell’NBA, costretti inermi al terzo posto.

Good To Great

In un’era dominata dall’ego e dai personalismi, Manu segna una rottura. Manu è quanto di più anacronistico si possa vedere nello sport moderno, surclassato di superstar dall’ego invincibile e cartelloni pubblicitari stroboscopici. La squadra è il bene primario. Non importa quali siano le condizioni, la squadra viene prima di tutto.

Avere Ginobili sesto uomo è un lusso che pochi allenatori si possono permettere. Pop lo sa bene, ed è per questo che non smetterà mai di ammirare quel suo figlio adottivo. Proprio la capacità di mettere il bene superiore del Team al primo posto renderà il rapporto tra Gregg e Manu simbiotico.

“Arrivò il momento il cui mi disse – io sono Manu, questo è il mio modo di giocare – ed io gli dissi – ok, fai come vuoi. Ma se rinuncerai ad uno o due di quei passaggi azzardati a partita, allora io per una o due volte non ti urlerò dalla panchina – abbiamo raggiunto questo compromesso e tutto funziona a meraviglia da allora”

Gregg Popovich

Una vecchia regola dello sport dice che ciò che divide un campione da un fuoriclasse è la capacità di cogliere le opportunità. In questo Ginobili è di un livello oltremodo superiore. Il minor minutaggio gli da la possibilità di poter viaggiare sempre con l’acceleratore schiacciato al massimo e questo sarà un grosso problema. Sì, per gli altri.

“Se Manu è contrario, partirà titolare. Qualsiasi cosa ci dica, la faremo. Se lo merita”.

Gregg Popovich

Quattro amici

La rivincita, tema topico dell’epica cavalleresca, è parte integrante del viaggio di Manu. Essa accompagnerà il fenomeno di Bahia Blanca e apparirà numerose volte nella sua ascesa, nel suo tragitto da sconosciuto con un poster di Micheal Jordan nella stanza a semidio. Spesso, in questo lungo viaggio, rivincita e capolavoro si intrecciano percorrendo strade comuni. Da Atene fino all’ultimo capolavoro di Manu, l’anello NBA 2014. Ora, i profani potranno pensare si tratti solo di un ulteriore trofeo, l’ennesimo da annoverare negli annali, ma neanche lontanamente paragonabile alla rassegna iridata di dieci anni prima.

Quattro amici

Ma il 2014 è solo la data riportata sugli almanacchi. Quel titolo nasce molto prima. Esattamente il 20 giugno dell’anno prima, con le 8 palle perse proprio da Manu. Il titolo del 2014 è la combinazione perfetta del lavoro di quattro amici: Pop, Tim, Tony e Manu. Manu, si, esattamente da lui parte quel titolo, dal suo senso di rivalsa e dalla sua inesauribile energia.

La mia testa mi ha fregato per la prima volta. Mi sono rilassato dopo gara 5. Mi sono sentito appagato. Ciò mi ha reso debole. Non è mai più successo. La mia mente è sempre stata il fattore che mi ha spinto”

Manu Ginobili

Il 2014 inizia come il canto del cigno di questi quattro amici ma finisce per essere il loro David scolpito nel marmo degli annali. Manu fa, semplicemente, il Manu. Semplice per lui, si intende.
Continua a giocare con la sua folle e indomabile lucidità. Nulla è impossibile per Manu, anche quando pensi che non ci sia un angolo di passaggio. Nulla che sia tecnicamente impossibile.

Si presenta alle finals con una frattura da stress, tutti gli suggeriscono di gestirsi e cercano di convincerlo a giocare in maniera diversa. I coach sono ormai rassegnati, non possono che scuotere la testa. Come fai a sellare un bisonte?
Lui scrolla le spalle noncurante di tutto schiaccia in testa a Chris Bosh e GINOBILIIII AL FERROOOO!

La competitività di Ginobili dovrebbe essere oggetto di studio in qualche istituto di neuroscienze nella Ivy League.

 “Non tutto succede immediatamente, ma quando lo vedi giocare, ti rendi conto di quanto è competitivo. È unico sia come giocatore, sia come talento. Chiudere la bocca e cercare di allenarlo un po’ di meno è quello che si deve fare, e lasciare che quel giocatore talentuoso ti mostri cosa sa fare per far vincere la squadra”

Gregg Popovich

È l’aspetto che ha più di tutti inciso nel far diventare un introverso gracile ragazzo di Bahia Blanca il fenomeno che tutti abbiamo potuto ammirare per 23 stagioni. La competitività che diventa ossessione, ricerca maniacale degli aspetti preponderanti per la conquista della vittoria, a tal punto da indurlo a rinchiudersi in casa per settimane dopo la sconfitta in finale di Eurolega contro il Panathinaikos.

Testa e cuore: un tango a due

Entrare nella testa e nel cuore di Ginobili risulta alquanto complesso. Non tanto per l’incredibile personalità del fenomeno di Bahia Blanca, quanto per il fatto che non si capisce dove inizi l’uno e finisca l’altra. In Manu, sangre sudamericano con una leggera spolverata marchigiana, si combinano disciplina, impulso, ossessione e competitività che si alternano in un incessante tango, degno della miglior Milonga di Buenos Aires. Manu è un competitivo per natura, un ossessionato metodico studioso del gioco che non si pone limiti. Non fa differenza che si giochi gara-7 delle finals NBA o una qualsiasi partita di pre-season, perché a buttarsi su quella palla vagante per il campo troverete sempre lui.

“A volte mi auguro che diventi uno di quei play tutto fosforo, così può giocare fino a 55 anni. Ma so che giocherà alla sua maniera fino alla fine”

Ettore Messina