Gino Bartali e quella borraccia passata a Coppi

La fotografia del famoso “passaggio di borraccia” tra Fausto Coppi e Gino Bartali scattata da Carlo Martini – fotografo della Omega Fotocronache – al Tour de France del 1952 è uno degli scatti più famosi della storia del ciclismo e non solo. La foto, infatti, è diventata rapidamente un simbolo della rivalità sportiva cavalleresca, della sfida tra galantuomini e del fair play che ha caratterizzato negli anni il rapporto tra i due campionissimi.

Bartali e Coppi, Tour de France del 1952

Infatti, “Ginaccio” e “l’airone” sono tra gli atleti più amati della storia dello sport italiano per le loro imprese su due ruote. La loro storia è legata indissolubilmente a quella sociopolitica della nostra penisola: una connessione simbiotica, che ha permesso di leggere nei loro straordinari scontri lo specchio dei sentimenti, delle ambizioni, degli ideali e delle speranze dell’Italia che resiste, lotta e rinasce. Sono due eroi al pari di Ettore e Achille. Da una parte il tradizionalista Bartali, solare e schietto campione contadino, sanguigno e amante del vino e del buon cibo, che come il troiano sa essere in battaglia un guerriero forte e valoroso capace di lottare con tutto il cuore per i suoi ideali. Dall’altra Fausto Coppi “il campionissimo”, Achille, un positivista invincibile: personaggio tormentato, dal fisico perfetto, fedele alla dieta e scientifico nella sua preparazione, di idee libertine.

In un mondo dove siamo bombardati da fotografie commentate e analizzate sulla base dei propri pregiudizi ed in funzione dei propri fini, l’idea è di raccontare la storia di questa foto in due articoli, dagli occhi prima di uno e poi dell’altro protagonista, perché ogni istante ha due facce e due viaggi interiori.

C’è sangue nelle vene di Gino, mentre in quelle di Fausto c’è benzina

Curzio Malaparte

Gli inizi

Bartali nasce a Ponte a Ema, un paesino diviso tra i comuni di Firenze e Bagno a Ripoli, in Toscana, nel luglio 1914, in un Italia frizzante, fresca della settimana rossa e alle soglie dell’ultimatum austroungarico. Gino nasce praticamente con i pedali sotto i piedi. La bicicletta è una normale estensione del suo corpo. Ancora prima di ottenere il suo primo contratto con una squadra professionistica di ciclismo, nel 1935, si iscrive da indipendente alla Milano-Sanremo e in solitudine stacca tutti quanti.

Gino Bartali in volata solitaria

La leggenda narra che il direttore del mensile che l’ha organizzata, preoccupato all’idea che uno sconosciuto possa vincere, gli abbia chiesto “un’intervista in corsa”. Bartali da bonario novellino accetta, rallentando. Quando si rende conto che così sta compromettendo la propria gara è tardi e taglia il traguardo “solo” quarto. Nel giro di pochi anni vince tutto e la sua fama cresce – suo malgrado – a braccetto con i miti della razza (le Leggi di Norimberga) ed il fascismo.

“Panem et circenses”

Così arriviamo rapidamente al 1938. Nelle sue satire, Giovenale denunciava la tendenza dei potenti della sua epoca a cercare di conquistare il consenso delle masse urbane distribuendo cibo gratis e organizzando spettacoli. In Europa Hitler, dopo aver organizzato le olimpiadi di Berlino, assume il comando supremo delle forze armate tedesche e manifesta la voglia di espandersi e annettere la Cecoslovacchia. Siamo alle soglie della Seconda Guerra mondiale. In Italia, Mussolini, tronfio della sua autarchia organizza i mondiali, uno strumento indispensabile per la fabbrica del consenso del regime in patria e all’estero. Ma siamo in altri tempi, lo sport principe non è il calcio, bensì il ciclismo.

Passerella della vittoria del Tour, 1938

La bicicletta è il simbolo del riscatto popolare sia per chi si sente bandito, che per chi si sente campione. Tutti amano i ciclisti perché sono genuini, vicini alla gente più di chiunque altro e Bartali in particolare è il massimo esponente. L’Italia lo ama per la sua semplicità, per la sua aria burbera e per quella faccia da pugile, ma che allo stesso tempo ricorda un contadino, un vicino di casa. Mussolini lo sa e, fresco della vittoria ai mondiali del 38’ (saluto romano annesso), vuole rinforzare la sua politica estera in Francia e a modo suo “invita caldamente” Ginaccio a non partecipare al giro per concentrarsi sul tour. Gino andò, vide e vinse romana maniera, ma nel momento più importante – la premiazione – rifiuta di fare il saluto romano, facendosi il segno della Croce per ringraziare chi riteneva più opportuno.

Fausto Coppi e Gino Bartali

Poi arrivò Fausto Coppi. Entrambi correvano per la medesima squadra: uno il campione e uno il gregario. Ben presto però, le carte si rimescolano a causa di una foratura e di una brutta caduta nella seconda tappa. Bartali si trovò quasi da subito fuori dai giochi. A quel punto Coppi era l’atleta della squadra messo meglio in classifica e si decise di puntare su di lui. Bartali storce la bocca: “Chi va forte in pianura, paga dazio in montagna”. Non si sbagliava.
Sulle Dolomiti, infatti, Coppi accusa la fatica, fino al punto di fermarsi e valutare il ritiro, ma sarà proprio Gino a spronarlo a tornare in sella e continuare la gara. Da campione a gregario con un’umiltà straordinaria.

La seconda guerra mondiale

La storia va avanti. Scoppia il conflitto e Germania, Italia e Giappone firmano il Patto Tripartito e tutti sono chiamati alle armi. Fausto viene mandato in Africa e Gino rimarrà in Italia indossando la divisa della GNR.

Gino Bartali con la divisa della GNR

La GNR era una sorta di arma dei carabinieri, ma in realtà si occupava alla lotta repressiva contro le forze partigiane della Resistenza italiana. Un posto di comodo per il campione che doveva rimanere in Italia per “sponsorizzare” il regime. Bartali non condivide la politica fascista ed in particolare l’odio razziale perché in fondo tutti “respiriamo lo stesso ossigeno”. Per questo motivo, a prescindere dalla maglia, decide di trasportare all’interno del telaio della sua bicicletta documenti falsi per gli ebrei clandestini. Percorre quotidianamente 185 chilometri da Firenze ad Assisi, dove c’era una stamperia clandestina. Con la scusa dell’allenamento fa avanti e indietro in un solo giorno con il rischio costante della fucilazione. Per molto tempo non raccontò a nessuno degli oltre 800 ebrei salvati dalla morte durante la guerra. Solo molti anni dopo fece questa confidenza al figlio Andrea.

“Il bene si fa ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”

Gino Bartali

1948

Dopo la fine del conflitto, Gino Bartali divenne, assieme a Coppi, l’emblema stesso della ripartenza. La loro rivalità fu vista come lo specchio della progressiva polarizzazione dell’Italia tra la Democrazia cristiana e l’opposizione comunista. Nonostante “Ginaccio” non fosse più nel fiore dei suoi anni, il 14 luglio, quando Antonio Pallante – un esaltato anticomunista – attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, fu chiamato direttamente dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e fu sollecitato a fare di tutto per vincere il Tour al fine di distrarre un Italia alle porte di un’autentica guerra civile.

Il giorno successivo, armato della sua caparbietà, decide di intraprendere una fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier recupera 20’ di svantaggio – un’eternità – a Louison Bobet, giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi. Le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France ebbero l’effetto sperato e rasserenarono gli animi distogliendo gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta.

Vittoria del Tour, 1948

La borraccia

Ed eccoci alla famigerata foto. Siamo al Tour de France del 1952, tra Losanna e l’Alpe d’Huez, i due campioni conducono la gara, Coppi indossa la maglia gialla. Siamo sul passo di Galibier, le gambe bruciano come il sole sulla schiena ed il fiato è corto. Il sudore scivola sugli occhi. I raggi scorrono sempre più lentamente. Siamo a pochi attimi dall’istante rubato.
Immagino che Gino la pensasse più o meno cosi:

“Sto bene. Quanto sono belle le mie montagne! Oggi come ieri potrei volare via anche se Fausto scatta. ‘Il campionissimo’ lo vedo stanco e ha finito l’acqua. Te l’ho sempre detto che non tieni in salita se mangi poco. Acquaiolo! Chi va forte in pianura, paga dazio in montagna. Io questa salita la conosco bene. Me la mangiavo quando tu eri occupato con una donna sposata. Non sei mai riuscito a capire le cose importanti. Stai per crollare. Hai sete e io ho l’acqua. Se affondo ora posso dimostrare che nonostante tutto sono io il più forte. Fino a poco fa eri il mio gregario, sei giovane e le sconfitte aiutano a crescere. Magari ti renderai conto che forse qualcosa bisogna cambiare.

Ma io a breve mi ritirerò e l’Italia, il popolo, ha bisogno di qualcuno in cui rispecchiarsi, in cui credere. Dimostrare la tua fragilità è giusto o è un atto di egoismo?  Per chi lo faccio? Per me o per gli altri? Ma io chi sono? Quali sono i miei valori? Se io fossi al tuo posto? ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. E se la cosa più giusta fosse perdere? A volte perdere è necessario. Perdere una gara, ma soprattutto perdere il giudizio, perdere le paure per imparare a seguire il cuore, la fede e i valori. Perciò vai Fausto prendi l’acqua e vai a vincere il tour. Abbiamo bisogno di campioni come te, ma ricorda che le cose importanti non sono sulla terra”.

La borraccia passa di mano in mano, la foto viene scattata e Coppi vincerà tappa e tour.

A settantanni di distanza l’Italia e il mondo continuano a essere luoghi più di giudizio che di azione, dove c’è carenza e assoluta necessità di uomini come Gino Bartali. Bartali, l’umile, che ha saputo vedere oltre che guardare, che è stato autenticamente e profondamente italiano. Uomo di Dio che ha saputo trascendere le apparenze e le chiacchiere con i fatti.
Bartali, il giusto il cui ricordo oggi vive rigoglioso in due alberi, uno a Gerusalemme e uno a Padova, a memoria della più grande delle sue vittorie, siglata nel palmarès più prestigioso in cui sia apposto il nome di Ginettaccio: quello dei benefattori del genere umano.

A nonno Nino, il mio Bartali