La leggenda di Mohamed Ali (le origini)

Quando si ricordano le icone sportive americane del XX secolo, se non si parla di Lui, si raccontano le gesta di Michael Jeffrey Jordan. A differenza del “collega”, che gode del sovrannaturale dono dell’invincibilità, lui ha mostrato al mondo tutta la sua umanità lottando pubblicamente contro il Parkinson, ma soprattutto per le sue lotte contro le leggi razziali.

Se dovessi stilare i personaggi del dopo guerra che hanno lasciato il segno nel mio cuore per forza morale e per la lotta per i propri ideali, personalmente direi: mio padre, mio nonno Giovanni, detto Nino, “Il Madiba” Nelson Mandela, Papa Giovanni Paolo II e lui: Cassius Clay, al secolo… Muhammad Ali!

Una figura carismatica, controversa e polarizzante, un ingenuo-saggio, cosi decisivo per tante persone, da diventare un’icona e un faro per gli oppressi dalle lotte razziali. Tre volte campione del mondo, uomo che ha saputo lottare per il suo credo, senza mai cedere di un millimetro. Un uomo che ha saputo “porgere la mano ai suoi avversari politici” per il bene dei suoi fratelli. Il re. Il profeta. Insomma, il più grande di tutti!

Muhammad Alì e Giovanni Paolo II

ROAD TO ROMA 1960

La leggenda indubbiamente inizia nel 1960 alle olimpiadi di Roma, ma il bambino nasce il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky, quando un imbianchino e una casalinga danno il nome al loro neonato: Cassius Marcel Clay jr.

Della sua gioventù si sa ben poco. Personalmente, lo immagino, in primavera, a solcare le sterminate praterie blu violacee della sua terra, con la sua vecchia Schwinn bianco e rossa. Oppure correre. Correre all’alba. Correre nella sua terra, la terra del bourbon, dei cavalli, con la sua tuta grigia ed il cappuccio tirato su, mentre pian piano si fa strada e si forgia come pugile, tra un Golden Gloves e l’altro.

“Io corro sulla strada, molto prima di danzare sotto le luci.”

Muhammad Alì

Ma eccoci rapidamente al 1960. La prima vera data importante del “Re”.

Un anno tondo, simile al 2020, che comincia inesorabilmente con il piede sbagliato. L’Europa deve dire addio a due pezzi da novanta: “l’airone” Fausto Coppi, noto come uno dei più grandi ciclisti del suo tempo, e Albert Camus, scrittore, filosofo, giornalista e chi più ne ha più ne metta, che come nessun altro è riuscito a raccontare la tragicità di una delle epoche più tumultuose della storia contemporanea.

Ma come ci insegnano i fratelli taoisti, dove c’è uno Yin c’è sempre uno Yang, infatti il 1960 è ricordato anche perché in Sudafrica il Madiba lottava. Lottava per i suoi diritti, per la sua terra e per i suoi fratelli contro le leggi razziali, alimentando con il suo esempio il loro braciere di speranza.

Muhammad Alì e Nelson Mandela

Al contempo, nella terra di Colombo, nascono ”el pibe de oro” Diego Armando Maradona, Ayrton Senna e Karch Kiraly, “Il miglior giocatore di pallavolo del XX secolo” e unico pallavolista in grado di vincere l’oro olimpico nelle due categorie (indoor e beach).

In questo contesto, fertile come pochi, si appresta a sbocciare il fiore di Muhammad Ali. Il giovane ancora non sa che quel volo transoceanico, sancirà l’inizio del lungo viaggio della sua carriera sportiva e sociale, come un argonauta, un giovane Giasone, alla conquista del vello d’oro.

Come detto, non siamo nell’insidiosa Colchide, bensì a Roma, la città eterna. Quale miglior palcoscenico? l’Urbe che secondo la leggenda è stata fondata dai discendenti di Enea, il cuore pulsante dell’antica cultura, culla di imperatori, artisti e poeti.

L’antica fiaccola si accende e dà vita ad uno degli spettacoli più belli della storia dello sport, la cornice straordinaria dell’antica capitale del mondo sbiadisce di fronte alle eroiche imprese “dell’angelo” Livio Berruti. È lui il primo europeo nella storia delle olimpiadi a spezzare il dominio dei nordamericani nei 200 metri piani, siglando il record del mondo, come lui solo Pietro Mennea. Come quella dell’etiope Abebe Bikila, sergente della guardia del Negus, che giunge a Roma da perfetto sconosciuto, e arriva per primo sotto l’arco di Costantino correndo a piedi nudi sull’acre terreno della capitale, siglando, oltretutto, il record del mondo. Ed infine i giochi verranno ricordati per lui. Il “predestinato da un solo sandalo”, la medaglia d’oro nei pesi massimi leggeri, Cassius Clay.

Un giovane Cassius Clay con la medaglia d’oro, 1960

La leggenda narra che le gesta del giovane Giasone fossero già sotto gli attenti occhi del neo vescovo ausiliare di Cracovia, Karol Wojtyła , che ne rimase ammaliato con cui in un futuro non troppo lontano, purtroppo, arriverà a condividere una brutta malattia.

Tornato in patria, il diciottenne Cassius ha le idee chiare. Per prima cosa butta la medaglia nel fiume Ohio per protesta contro i moti razziali e successivamente fa il grande salto nel professionismo sconfiggendo Tunney Hunsaker.

Come racconta in una fantastica intervista il mitico Gianni Minà, quello che chiameremo ancora per poco Cassius Clay è stato il protagonista di 3 rivoluzioni: una sul ring (ha tolto violenza al pugilato), una nel rapporto con i media (ha comandato lui le interviste) e una per la lotta per i diritti dei neri.

Sin dai primi incontri il giovane Clay dimostra di saper padroneggiare la dialettica dentro e fuori dal quadrilatero. Durante gli stessi, infatti, tartassava senza tregua i suoi avversari, sminuendoli e vantandosi delle proprie abilità, ispirato probabilmente all’eccentrico wrestler Gorgeous George. Questa strategia lo porta ad essere, se non uno dei più grandi “trash talker” della storia dello sport moderno, sicuramente il più famoso. Un atteggiamento nuovo e poco gradito ai veterani della nobile arte, che gli provocò non poche ostilità. Se dentro era una vipera dalla lingua molto lunga, fuori dal ring ancora peggio. I giornali lo dipingevano come un esaltato, le sue affermazioni sempre estreme furono criticate duramente, senza accorgersi che il rimbombo delle sue gesta comunicative fortificava la sua figura e spianava la strada ai suoi obiettivi.

“Ero così veloce che potevo alzarmi dal letto, attraversare la stanza, girare l’interruttore e tornare a letto prima che la luce si fosse spenta.”

Muhammad Alì

Miami, il 25 febbraio del 1964, il grande giorno. Finalmente si lotta per il titolo. Secondo gli esperti è una lotta impari, Davide contro Golia, il grande campione contro il giovane del Kentucky. Ma si sa i pronostici sono fatti per essere ribaltati.

Gli ingredienti per una grande storia ci sono tutti: un grande palcoscenico, un bel giovane guidato da forti ideali e un avversario brutto e, soprattutto, molto cattivo.

Infatti, eccolo qui, Sonny Liston, campione del mondo, un passato criminale, i legami con la mafia, la personalità di forte intimidazione, tutte le caratteristiche giuste per condire uno spettacolo senza precedenti.

Fin dalle prime battute Liston si scaglia contro Clay. Ebbene sì, tutto secondo i piani, il suo sproloquio ha funzionato, il cattivo non ragiona, e lui lo sa bene che un cavallo imbizzarrito è più facile da stendere se sai danzare. Il copione va senza intoppi, colpirlo è come provare ad afferrare il vento a mani nude. Sembra tutto troppo facile.

“Volteggia come una farfalla, pungi come una vespa.”

Muhammad Alì

Infatti, qui siamo tra i professionisti. Liston lo sa, conosce le difficoltà. È un cannibale affamato e non si farà certo mettere i piedi in testa dall’ultimo arrivato. Quando è messo alle corde e decide di affidarsi a tutti gli stratagemmi del lato oscuro che conosce. Sale nei guantoni. Un vecchio lupo di mare sa che ogni colpo è l’equivalente di una manciata di sabbia negli occhi. Cassius accusa il colpo, ma attinge al suo infinito talento e alla sua determinazione reagendo e mettendo al tappeto il campione in carica alla settima campanella, laureandosi campione del mondo.

Muhammad Alì nella sua storica esultanza dopo aver mandato al tappeto Liston, 1964