La vena poetica della class di Hall of Famer 2020

Il 2020 è iniziato, per tutti quanti, nel modo peggiore possibile. Come se non bastasse una pandemia che ha bloccato il mondo dello sport (che, su una nota positiva, ha sprigionato globalmente un’invidiabile senso di adattamento), c’è anche la realizzazione che non esisterà mai un discorso di introduzione alla Hall of Fame fatto da Kobe Bryant.
Ad ogni modo, la futura classe di Hall of Famer, già ufficializzata e che verrà celebrata il 30 di agosto, porta con sé una vena poetica difficilmente definibile tramite la ragione.
Il filo conduttore di questa class potrebbe essere costituito da due sentimenti estremamente contrapposti: l’odio, freddo e calcolatore e l’amore, irrazionale e poetico.

La capacità di Kevin Garnett di far perdere la testa agli avversari con il suo trash talking, la calma criptica di Tim Duncan e le difficoltà di integrazione dei giovanissimi Kobe Bryant e Tamika Catchings.
I punti sopra indicati sono gli unici da tenere a mente durante questo piccolo viaggio nella vita di questi quattro campioni.


Odi…

Kevin Garnett e Tim Duncan

Premessa: capire cosa passi per la testa di Tim Duncan è un lavoro per mentalisti esperti. Capire cosa passi per la testa di Kevin Garnett è lavoro da psichiatri d’altissimo livello.
Con queste premesse, analizzare il complicato rapporto fra due personaggi così diversi può risultare ostico, farlo attraverso ciò che traspare sul campo potrebbe sembrare pura fantascienza.
Come si fa quindi a parlare di odio?

Se, come disse Sports Illustrated, “Duncan prova per Garnett le stesse emozioni che i liberali provano per Sean Hannity”, forse il termine ‘odio’ potrebbe risultare addirittura riduttivo.
In realtà, all’interno dell’articolo stesso, vengono citate “fonti molto affidabili”, senza però farne il nome. E internet, si sa, ci impone di essere dei San Tommaso, di avere fonti certe e consultabili in ogni momento.
Questo vuol dire che fra i due non c’è astio?

Ecco, questo è molto più difficile da determinare. Partiamo dalle marachelle di Garnett sul campo per cercare di capire la situazione, e arriviamo alla tempra di Tim Duncan.
Quest’ultima, costante quanto il tiro di tabella nella carriera di Tim, è il vero motivo per cui non sapremo mai se fra i due sia corso, corre o potrà mai correre buon sangue.

La straripante grinta di Garnett e la dominante calma di Duncan

Se volessimo essere intellettualmente onesti, Garnett ha spesso mostrato rispetto verso Duncan nelle sue interviste, addirittura per il “subdolo trashtalking” di cui, a quanto pare, Tim era capace. Inoltre KG ha ben specificato quanto sia orgoglioso di entrare nella Hall of Fame con questi compagni di viaggio.

L’altro lato della barricata, invece, è molto più schivo sulla faccenda. Sebbene Duncan abbia ben messo in evidenza quanto sia incredibile questa class di Hall of Famer, nessuno si sarebbe comunque aspettato il contrario, non da qualcuno con questo aplomb.
Nella vecchia intervista citata sopra di Sports Illustrated, stavolta in una domanda effettivamente posta di persona, sul fatto che questi anni di sfide possano aver reso il legame fra i due vagamente simile a quello di Magic Johnson e Larry Bird, Tim ha fatto un lungo sospiro prima di controbattere con un: ”definisci legame.”.

“Define kinship”

Tim Duncan

…et amo

Tamika Catchings e Kobe Bryant

Questa storia, se non fosse realmente accaduta, sembrerebbe scritta dalla poderosa inventiva di uno scrittore fantasy, che ha deciso di lasciar muovere la sua penna dalle imprevedibili mani del caso.
Il caso per cui Harvey Catchings torna a casa un giorno e deve pensare alla sua prossima avventura. Harvey è un giocatore di basket. Nei suoi precedenti 11 anni in NBA ha giocato per i Philadelphia 76ers, i New Jersey Nets, i Milwaukee Bucks e i Los Angeles Clippers.
Ma Harvey ha bisogno di una ventata di aria fresca, qualcosa di completamente nuovo.
La piccola Tamika, la più piccola dei tre figli di Harvey, è abituata a viaggiare e una nuova città sarebbe tutt’altro che una novità. C’è un problema: Tamika non ha idea di dove si trovi questa nuova città e il nome non le suona molto americano.
A separare Los Angeles e Gorizia c’è un oceano, non solo fisico, ma anche culturale.

Il basket degli anni ’80, in Italia, era molto diverso da quello di oggi. Gli stranieri erano pochi, ogni squadra poteva averne 2 al massimo, per cui non è strano immaginare che i pochissimi americani avessero una piccola comunità tutta per loro.
Ed è proprio in questa piccola comunità che il caso, che sceglie sempre meticolosamente dove intervenire, darà vita ad un’amicizia molto particolare.

1986.
A Roma è una giornata soleggiata come se ne vedono spesso a queste latitudini e il Colosseo, ma anche questa non è una novità, incontra centinaia di nuovi volti ad ogni rintocco di campana delle chiese circostanti.
Sembra un giorno come tanti, per chi è abituato al marasma che il centro della Capitale ha sempre generato.
All’interno dell’anfiteatro due famiglie scattano una foto per sugellare il momento.
Oggi non è difficile definire chi spicca in questa foto: il ragazzo con la camicia sbottonata e la collana in bella vista tutto a destra è Kobe Bryant, la ragazza in maglia bianca tutta a sinistra è Tamika Catchings.
Kobe e Tamika erano amici inseparabili. Joe “Jellybean” Bryant e Harvey Catchings erano parte di quella piccola comunità già citata e le famiglie spesso viaggiavano insieme in giro per la penisola.

Kobe Bryant e Tamika Catchings al Colosseo, 1986

Ma il basket, che aveva permesso ai due di conoscersi, aveva in sé una grande forza. Ben presto divenne il motore dell’orgoglio dei due giovanissimi amici.
Come racconteranno nel cortometraggio “Italian Imports” di Spike Lee, entrambi, grazie al basket, forgiarono una mentalità per cui ogni singola offesa fuori dal campo fatta dai compagni di classe, diventasse un motivo in più per essere i migliori sul campo e prendersi una rivincita.
La stessa mentalità e voglia di rivalsa sarà la costante di due carriere che vantano 5 titoli NBA, 1 di WNBA, 2 MVP della stagione regolare (uno a testa), 2 MVP delle finali NBA per Kobe e uno per Tamika.

E non lasciate che questi numeri rappresentino un punto d’arrivo. Sarebbe irrispettoso nei confronti dell’infinito bagaglio mentale che è possibile ereditare da Kobe e Tamika.
Lasciamo, noi tutti, che questi numeri rappresentino delle stelle luminose da poter ammirare in una notte d’estate, ricordandoci di quei due bambini che giocavano al Colosseo.

“You make fun of me, but we go out here and I’m gonna get you”

Tamika Catchings

Il lascito romantico di questa HOF class

L’ideale romantico di questa Hall of Fame class difficilmente potrà mai essere eguagliato. E non è tanto una questione di essere dei vincenti o degli atleti inarrivabili. Anzi, la vera forza di Tamika, Kobe, Kevin e Tim è proprio il riuscire ad insegnare che dietro ad una corazza imperforabile sempre pronta a performare ci sono i rapporti umani, le emozioni e i sentimenti.
Poterci sentire così vicini a queste emozioni tanto da poterle sfiorare, ci avvicina irrimediabilmente a chi le prova.
Ed essere così vicini a chi è nell’olimpo di questo sport, fidatevi, non è un lusso destinato a tutti.

“The most important thing is to try and inspire people, so that they can be great at whatever they want to do.”

Kobe Bryant